Chi
voglia far ricerca, nell'ambito del Salernitano, dei luoghi in cui i
Longobardi tra il I e l'XI secolo si stanziarono, è difficile rinvenire
riferimenti ad Acerno, ove pure vi era un loro castello e un'importante chiesa,
la cattedrale, intitolata ai loro Arimanni, S. Donato di Arezzo appunto. La
conferma di quanto asserito, ad abundantiam, chi scrive l'ha rilevata
scorrendo pagine di questa “rivista”, ove, nei numeri decorsi, parlando di
itinerari turistico-culturali, nell'ambito del Salernitano, studiosi del
settore non hanno fatto ad Acerno e al suo Castello alcun accenno. La
cosa, comunque, non desta meraviglia, perché come da noi anticipato in
precedenti “servizi”, riportati nello stesso Saggio, l'esistenza di esso
non era ben conosciuta neanche dagli stessi “indigeni”. Siamo in grado, oggi,
a seguito di una ricognizione effettuata da un'equipe dell'Università della
Calabria guidata dal prof. Alessandro Di Muro, di dare notizie di alcuni
rilevamenti da essa effettuati, che, ne siamo certi, richiameranno
l'attenzione degli studiosi.
Del Castello in questione, sito su un'altissima
“tempa” (1.199m s.l.m.), sono stati portati alla luce i ruderi, da cui è
risultato che esso dovesse essere non solamente un luogo fortificato, ma anche
un sito abitato, fornito di due accessi l'uno a ovest, l'altro a sud era
anche ben fortificato, a protezione del primo vi erano, poi, due torri, la
cui struttura rendeva improbabile qualsiasi tentativo di penetrazione
nell'interno, mentre il secondo dell'ampiezza di circa un metro e mezzo era
protetto da una torre a pianta triangolare e da una serie di caditoie. La
superficie dell'estensione di circa 4 ha, circoscritta da naturali contrafforti
di materiale calcareo o, in assenza di esso, da mura spesse anche due metri,
presenta le vestigia di una ventina di fabbricati: il che induce a concludere
che “quel monumento” non solo era un castello fortificato (=oppidum), ma
qualcosa di più.
Era una fara?
Certo il Castello, secondo i
rilievi fatti dal prof. Di Muro, daterebbe la sua origine all'inizio della
conquista longobarda di quelle terre e doveva avere , per la sua posizione
strategica, una funzione non solamente difensiva e di controllo, come rilevasi
dalla topografia della zona e dalla conoscenza della locale storia altomedievale
facente riferimento a Conza, poi a Benevento e quindi a Salerno, ma anche
commerciale per la ricchezza dei boschi di faggio, dei pascoli, e per la
presenza di materiale ferroso. Acerno, è bene ricordarlo in epoca, in verità
più recente XVII secolo, era celebrata per le sue famose ferriere, sorte grazie
alla presenza di materiale ferroso esistente nelle sue montagne e, in
particolare, in zona vicina al detto Castello.

I ogni caso è fuor di discussione che il
rudere ci induca a ritenere che il Castello era si una fortezza, ma “con
funzioni abitative”, che secondo l'equipe calabrese sarebbe stata realizzata
intorno al VII secolo e avrebbe conosciuto il declino verso l'XI.
Ma è la domanda che si pone il prof Di Muro quel
Sikelmanno, abitante dell'oppidum di Acerno, di cui il Chronicon Salernitanum,
non era per caso un abitante del Castello più che della Città? Acerno, infatti,
né ieri né oggi, ha avuto mai mura, mentre è nel concetto di oppidum che sia
luogo fortificato, ma anche recintato. Non osiamo spingerci oltre, giacché ciò
ci porterebbe, tra le altre ipotesi, a quella secondo cui il Castello sarebbe
stato il primo nucleo dell'attuale Acerno, rovesciando un più che millenario
convincimento. Chi scrive persegue da tempo un'ipotesi in parte
coincidente; è però ancora alla ricerca di documentazione probante. Al
momento prendiamo atto della realtà che è venuta alla luce in attesa che studi
successivi possano meglio precisare la validità delle ipotesi possibili,
anche in relazione alla conoscenza dell'intera valle del Tusciano.
Anche in
questo campo si sa come si comincia, ma non sempre “ove si va a finire”
La Tempa del Castello
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